ogm

febbraio 5, 2010 di marcognora

Una recente sentenza del Consiglio di Stato ha dato ragione ad un coltivatore di Pordenone che voleva coltivare mais OGM.

Il coltivatore in questione è vicepresidente di una associazione che si chiama Futuragri e che ha lo scopo di “diffondere” lo sviluppo delle biotecnologie in agricoltura.

Il tema degli OGM è uno di quelle questione dove ci si riesce a dividere immediatamente: che è pro è pro e chi e contro o contro.

Ieri sentivo difendere la sentenza da parte di uno “scienziato” uno che ha esordito dicendo che OGM sta per Organismo Geneticamente Migliorato. E poi ha sostenuto che a parlare di queste cose non dovrebbero essere i comuni mortali, ma dovtebbero essere gli uomini di scenza… una volta che la scienza dice che gli OGM non fanno male la questione non può difentare più oggetto di contesa…. Non spetta alle opinioni di tizio i di caio dire la loro,,,che questi, non essendo “siensiati sono socchi!” (duri di comprendonio).

Affascinante tesi da neo positivista. LA scienza infallibile: Io uno così lo manderei a zappare perchè quasi sicuramente non è un buon scienziato o quantomeno ha un pessimo rapporto con l’etica e una scarsa propensione alle previsioni.

un altro argomento “interessante” svolto dai sostenitori degli OGM riguarda il fatto che gran parte del mais e della soia che importiamo dagli USA per nutrire le nostre bistecche, è già geneticamente modificato.

Motivo in più per essere vegetariani!

Ma sicuramente il fatto di essere preconcetti nell’affrontare il tema è un argomento che bisogna approfondire.

la Barilla e il contadino

dicembre 21, 2009 di marcognora

Dove c’è Barilla c’è casa, c’è la Pellegrini che sponsorizza il meglio dell’industria nazionale, e c’è pure un indagine per accertare se la Barilla, assieme alla De Cecco, Amato ,Garofolo e Divella stiano facendo cartello per alzare i prezzi.

Io, francamente, non credo che Barilla abbia bisogno di fare cartello con nessuno… ma staremo a vedere.

la regione Emilia ha stretto un nuovo accordo con la Barilla. 80.000 tonnellate di grano duro che saranno acquistate a prezzo maggiorato per andare incontro agli agricoltori.

Ecco! ancora la benemerita Barilla. Già avevo avuto modo di “parlare” del precedente accordo che diceva che il quantitativo che la Barilla avrebbe acquiatato era di 100 mila tonnellate… ma a parte questo, mi sorgono dei dubbi…

In primo luogo è chiaro che la coltivazione del grano duro in zone come quelle della pianura padana non è particolarmente felice. Lo diventa grazie alle “selezioni” di particolari sementi che si adattano alla umidità delle regioni del nord italia…Via così… coltiviamo le cose in modo da dipendere sempre di più dalle multinazionali delle sementi.. è un buon principio. Ma poi il sito della Regione si limita a dare la notizia ma non ci mette nelle condizioni di conoscere effettivamente il contenuto dell’ accordo. Si intuisce che potrebbe esistere un “premio” fche incide fino al 30% sul valore di mercato del grano duro…

Ecco, sarebbe già qualcosa.

Ma detto francamente è comunque poca cosa. PErchè? La barilla è sostanzialmente una specie di monopolista rispetto e la sua politica commerciale incide nella determinazione del prezzo del grano. Se il valore del grano duro è di 180 a tonnellata la Barilla non è estranea alla cosa… Diciamo che gli aumenti della pasta sono del tutto ingiustificati.

Un chilo di pasta barilla arriva sul mercato come prezzo finale che oscilla tra i 2 e i 3 euro al Kg. Chi produce la materia prima percepisce 18 centesimi circa…

In un mio precedente post ho riportato i conti fatti dall’informatore agrario. LE spese per il coltivatore per produrre una tonnellata di grano duro ammontano a 283 euro.

Anche con l’incremento del 30% eventualmente praticato dalla Barilla non si arriva a coprire le spese. In pratica anche con l’incentivo il coltivatore perde 50 euro per tonnellata….

conclude mestamente l’articolo della Regione Emilia:

“L’accordo con la Barilla arriva i un momento di grave difficoltà del settore. Le quotazioni del grano duro sono scese oggi intorno ai 180 euro per tonnellata (per la migliore qualità). Contemporaneamente si riducono le superfici coltivate. Le previsioni della CIA relative alle “intenzioni di semina” dei produttori italiani parlano di una riduzione del 40% per la campagna 2009-2010 rispetto alla precedente. Ciò significherebbe in Italia una perdita di 520 mila ettari che si aggiungerebbe ai 285 mila ettari già persi l’anno scorso. Meno grave la situazione in Emilia-Romagna. Il confronto 2008/2009 ci dice che in regione le superfici a grano duro sono diminuite del 22% contro un dato medio nazionale del 40%.”

Bene, sia chiaro… il mercato è dato da domanda e offerta: I produttori di grano italiano  sono compressi tra una sorta di monopolio che acquista e che è di fatto costituito dalla Barilla  mentre subisce la concorrenza di Canada e Usa che sono i principali produttori di grano duro…

non c’è da stare allegri: fintantochè la grande distribuzione persegue strategie di massimizzare i profitti a discapito dei produttori non si vede chiaro nel futuro..

carne!!!

dicembre 20, 2009 di marcognora

“I prodotti di origine animale, come carne, latte, uova costituiscono senza dubbio la parte preponderante dell’alimentazione nei Paesi industrializzati e la sempre crescente domanda di alimenti proteici ha stimolato e condizionato lo sviluppo della zootecnia sia attraverso la selezione genetica ed il miglioramento delle tecniche di produzione, trasformazione e conservazione di mangimi e foraggi sia attraverso il ricorso alla somministrazione di sostanze diverse da quelle alimentari, quali farmaci, additivi, ecc. Tra queste sostanze, quelle che sono maggiormente utilizzate per incrementare le produzioni zootecniche, sono state e sono i prodotti ad azione ormonale ed antiormonale, gli antibiotici, i beta-agonisti.”

questa frase l’ho copiata pari pari da un testo di formazione della Regione Veneto. Non c’è nulla di clamoroso in quando scritto: è una semplice e pura verità. Una delle finalità del corso è appunto quella di “insegnare” come si tratta la produzione zootecnica. Il tentativo è quello di “limitare” il ricorso a sostanze che sono assolutamente nocive per l’uomo, ma si è consapevoli che questi cambiamenti devono essere progressivi, e non devono costituire un ulteriore danno per i produttori che già di loro sono piuttosto in crisi. Il piccolo produttore è sempre il crisi. Lo è sempre di più. PErchè?

deve produrre carne, garantire un livello qualitativo buono, deve comprare i mangimi e deve comprare i farmaci che sono sistematicamente introdotti nell’alimentazione del bestiame (chi è carnivoro ingurgita quantità significative di antibiotico senza saperlo….non che la cosa gli faccia bene, ma gli effetti sono dilazionati in tempi lunghi e non è dato “capire” il rapporto causa effetto), deve vendere la carne al macello autorizzato… alla fine il produttore riceve ben poco a fronte del proprio lavoro e dell’investimento complessivo.

Gran parte della produzione agricola, poi finisce nella produzione di mangimi per bovini… siamo riusciti a trasformare un erbivoro in un granivoro e non è poca cosa … poi siamo riusciti a trasformare una granaglia in una bistecca attraverso la trasfomazione di un bovino…e tutto questo nel nome di una sana alimentazione… che richiede un tot di proteine, un tot di carboidrati , un tot di grassi… Forse potremmo provare anche a trasformare una mucca in un riutilizzatore di plastica… con i capodogli ci stiamo provando….

Ma esiste la crisi?

novembre 24, 2009 di marcognora

L’Informatore Agrario è una rivista specializzata rivolta a chi si occupa in modo “professionale” di agricoltura. E’ una rivista seria e qualificata e quindi do per scontato che i conti che essa fa siano corretti. Di cosa sto parlando?

Il tema sono i costi del grano duro, quello con cui si fa la pasta. In Italia dovremmo essere i primo produttori di pasta fatta con il grano duro e dovremmo essere i terzi quali produttori di questo cereale. Poichè le nostre esigenze produttive sono sempre maggiori negli ultimi anni, come riferito anche in altre parti di questo blog, le grandi industrie alimentari (prima tra tutte la Barilla) hanno incrementato la produzione locale di grano duro, Arrivando a coltivare anche vaste aree dell’Emilia Romagna e del Veneto con grano duro. E dire che queste aree non sono particolarmente votate per condizione climatica a questo tipo di coltura.

Tutto bene, dunque.

E invece, stando ai conti dell’Informatore Agrario, le cose non sono esattamente come si potrebbe pensare.

Dice il supplemento al numero 44 della citata rivista del 20 novembre 2009, che seminare il grano duro oggi, rappresenta per il coltivatore un rischio economico non indifferente. Concretamente gli autori del servizio prendono in esame i costi di coltivazione di un ettaro in uno dei luoghi considerato più produttivo d’ Italia che è l’agro foggiano  e quantificano il coosto totale di produzione per ettaro in 992 euro. Cioè quantificano il costo del lavoro del terreno, dei fertilizzanti, della semina, dei trattamenti antiparassitari del diserbo, della raccolta. Tutto questo costo vivo e diretto arriva alla somma di 730 euro  Poi aggiungono anche le spese generali e amministrative, gli oneri per interessi sul capitale, il prfezzo d’uso del capitale fondiario ed arrivano alla somma di 992 euro.

Secondo gli autori la produzione per ettaro di grano duro nel foggiano è di 3,5 tonnellate per ettaro. dunque il costo di produzione di una tonnellata di grano duro è di 283 euro.

la quotazione corrente alla borsa merci del grano dura oscilla attorno dei 180 euro a tonnellata. Il massimo ragginti lo scorso anno è stato di 240 euro a tonnellata.

Dunque per farla breve, l’agricoltore coltivando un ettaro di terra a grano duro avrà comunque un risultato negativo che potrà oscillare tra una perdita minima di134 euro a quella massimma di 344 euro per ogni ettaro coltivatoa grano duro. Quello che si dice “lavorare in pwerdita”.

Non è che la condizione di chi coltiva grano tenero o mais o che altro sia tanto meglio.

Ebbene dietro una situazione del genere ci sta tutta l’ignavia e la follia dei nostri tempi. E’ chiaro che l’agricoltore rappresenta l’anello debole di tutta la filiera produttiva.  E’ più debole della grande industria, è più debole delle grandi catene di distribuzione. Tutti concorrono a limare sul prezzo di produzione  addirittura costringendo il produttore a lavorare in perdita.

La risposta lenta e forzata del produttore è semplicemente l’abbandono delle terre. E questo rappresenta la pesante conseguenza di una follia commerciale che non sappiamo  ancora valutare nella sua portata e che un giorno ci costringerà a guardare sconsolati i campi incolti chiedendoci come mai non ci sia più nessuno interessato a produrre… MA la risposta normale che per ora ci stiamo dando un po’ tutti e che “ci sono i contributi”….

A quanto ammontano i contributi per ettaro?

al prossimo post l’ardua sentenza…..

 

vendemmia 2009

ottobre 15, 2009 di marcognora

Non so a quale ascendenza ascrivere la smania, che ogni tanto mi assale,  di partire e fare  una rapida escursione lontano … macinare chilometri su chilometri magari solo per il gusto di andare a prendere prodotti che potrei tranquillamente farmi mandare con un vettore. Eppure dentro di me so di aver bisogno di incontrare chi produce le cose che poi come Donna Gnora distribuiamo.

Così ieri, assieme a Federico,  sono partito, ben prima dell’alba, per scendere in Abruzzo… quattrocento cinquanta chilometri più in là di casa mia. in mezzo alla più vasta grandinata che abbia mai visto…

E’ sempre un piacere incontrare  Cecilia e Ivo, chiacchierare con loro e poi subito mettersi in moto per andare a prendere la pasta e le farine dal Gioie di Fattoria.  Pasta di saragolla,  farine di farro e di solina, anche del montepulciano e della passerina biologiche ed altri prodotti: alcuni marcati bio, altri senza marchio: Sempre di più sento i produttori lamentarsi: troppi soldi  per una certificazione che non si ripaga..

Però l’incontro più interessante è quello con Walter, perchè lui, piccolo apicoltore appassionato e piccolo, ma provetto, panificatore, è riuscito a trasformare la sua azienda in un luogo di incontro e di scambi di opinioni, notizie, informazioni.

Tra l’altro ho incontrato un giovane produttore di olio biologico. Notizie dal campo: già dai primi di ottobre hanno iniziato la raccolta delle olive… brutto anno… mosca,  stagione strana… troppo di tutto e nel momento sbagliato… troppa pioggia, troppo caldo, troppo secco, troppo freddo…mai contenti, questi coltivatori!

Anche la vendemmia… niente di buono!  A parte freddo improvviso, ed effettiva qualità di una vendemmia che alcuni definiscono ottima mentre altri, specie al sud, storcono il naso, quello che desta inquietudine è il prezzo delle uve….

“i prezzi delle uve sono crollati fino al 20% rispetto allo scorso anno, e già lo scorso anno i prezzi erano in calo rispetto alle predenti vendemmia. Senza considerare l’inflazione, significa che i prezzi delle uve hanno raggiunto i minimi storici Tanto da toccare otto euro al quintale. Questo è lo sconcertante prezzo raggiunto da un quintale di uva in alcune regioni meridionali.” Ecco così ci racconta Francesco Arrigoni sul blog del Corriere della Sera

Dunque,  un quintale  = otto euro.  Se non raccogli niente e lasci l’uva marcire sulla vite ci risparmi. Se raccogli l’uva ci perdi ancora di più…. così succede con il grano, così con l’olio… non è un buon momento per l’agricoltura, ma dietro a questa miseria si erge gigantesca la figura della grande distribuzione….

da Paola, neonapoletana su pizza e scarola

ottobre 6, 2009 di marcognora

Paola ci scrive:

“(ricetta per Donna Gnora)

di ritorno da Napoli

ALLORA PARLIAMO DI PIZZA… e i pochi ingredienti devono essere perfetti..

intanto le MIGLIORI mozzarelle per la pizza non sono quelle che si immattoniscono quando la pizza si raffredda, ma sono provole fresche che restano tenere .. i pomodori in salsa deve essere bbuona e dolce … come quella fatta da voi e la pizza base è come si sa quella senza mozzarella/provola , – solo pomodoro con un po’ di aglio e basilico oltre olio extravergine di oliva . la parte del leone la fa la pasta che solo i migliori fanno con farine scelte 0 e poco lievito .. restano così più digeribili.. pensa se fossero fatte con lievito madre..

A proposito , proprio a Salzano vicino Venezia alla pizzeria “all’ Albera” le fanno con farine a cereali misti . molto buone, abbondanti di condimento e leggere, oltre che non care.

Ma la pizza napoletana la mangi anche per fame e a tutte le ore e anche per strada ed è diversa perché è un vero street food per tantissimi napoletani e visitatori giovani e non.. con i fritti: arancini, polpettine, supplì , frittatine di pasta condita in vari modi e melanzane e fiori di zucca impanati…

Inoltre, due parole sulla scarola : è buonissima anche cotta

puoi usare le foglie interne per insalate e le esterne per saltarle in padella con un po’ di cipollotti e olive e se si vuole un po’ di provola – dunque non lessata ma “soffocata” in padella e poi rivestita da una sfoglia di pasta brise o meglio pasta di pane condita ( con olio di oliva extravergine o strutto)

Secondo me poi sta bene avvolta a capitello ionico congiunto in mezzo … intendo che sulla pasta stesa a pizza tonda o quadrata si sparge il ripieno di verdura steso leggero e si arrotola la pasta dai due lati opposti finché si incontra in centro, si sovrappone e si taglia a pezzi e si inforna con una spennellata di acqua e olio a mo’ di benedizione..

un bacio a DG

da paola la neonapoletana!

e se provassimo a seminare un grano d’altri tempi?

settembre 17, 2009 di marcognora

Qualche anno fa la produzione di grano duro si fermava al sud della Marche.

 Al di sopra di Ancona il grano duro non si seminava. Non c’erano le condizioni climatiche perchè questo arrivasse ad una maturazione corretta.

 Quando dico a mio suocero che oggi il grano duro lo si coltiva anche da noi, in Veneto, mi guarda male.. A volte diffida di me… Impossibile, mi dice, da noi abbiamo sempre fatto solo grano tenero, quello duro ha bisogno di più sole, meno umidità….

Sarà!… FAtto sta che sia la Barilla che Il pastificio Sgambaro stanno coltivando grano duro in Emilia e in Veneto. La notizia potrebbe essere positiva, ma nasconde due problemi..

La prima considerazione che mi passa per la testa è quella relativa alle modificazioni climatiche…. Nel giro di pochi anni il clima è cambiato così rapidamente da consentire una coltura prima assolutamente non praticata? dunque, se è così l’allarme legato al riscaldamento terrestre è più che giustificato

la seconda considerazione è che, forse, il grano duro che viene coltivato qui al nord ha subito una qualche modificazione… magari è stata solo selezionata una qualità  più resistente alla nostra  umidità….oppure siamo di fronte ad una modificazione genetica..

Non so, ho come la percezione che siano due elementi entrambi negativi…

Il tema del grano e delle farine, non so perchè, mi attrae particolarmente… lo recepisco, forse, come un qualcosa di atavico, di ancestrale… sono migliaia di anni che l’uomo ha stabilito un rapporto con il grano…. al farro, al frumento al mais al riso sono legate indissilubilmente la storia delle civiltà…. è come se lo stravolgimento che stiamo facendo oggi, attraverso le modificazioni genetiche, attraverso le modificazioni climatiche (le une volute, le altre semplicemente subite in conseguenza delle prime)  indicassero o in qualche modo pregiudicassero un caposaldo della civiltà… il fatto che dal secondo dopoguerra ad oggi il nostro rapporto con il frumento (o il mais o il riso o che altro:..) stia così radicalmente cambiando, al punto che stiamo modificando attraverso la genetica il significato stesso di questi cereali che hanno caratterizzato la nascita e lo sviluppo stesso delle civiltà, non fa presagire niente di buono.

Okey, il discorso diventa troppo complicato…

Semplicemente sto pensando che sarebbe opportuno, qua in Veneto, tornare a coltivare una qualità di grano tenero di una volta…

allora, una volta indifiduata la qualità di grano che potremmo qualificare come autoctona dovrò:

1) trovare il seme

2) trovare il contadino disposto a coltivarlo

3) trovare i soldi per comperare la produzione del frumento

4) trovare un mulino che lavori a bassa velocità e che mi consenta di conservare il germe  (vorrei fare farina 2 e dovrei andare al mulino almeno ogni mese)

5) trovare un sistema di distribuzione della farina col germe che sia rapido per non copromettere la qualità della stessa….

E tutto questo partendo da zero…. chi se ne intende mi dice che è una follia…

ecco, appunto, se è una follia,  mi piace!

D’altra parte contemplo la saggezza di questo sistema produttivo che paga al contadino 180 euro  per tonnellata di frumento e   che commericializza farina 00 fatta con grani ibridati e modificati e mi consolo: .. il folle non sono io!

biologico e pseudobiologico

settembre 15, 2009 di marcognora

Sempre di più mi avvicino al mondo della produzione  agricola.

Sempre di più sono convinto, perchè lo vivo sulla mia esperienza e sulla mia pelle, che stiamo vivendo in un mondo dove la rappresentazione della realtà non corrisponde per nulla alla realtà.

 Bravo!, mi dico, come se poi fossi io l’unico capace di cogliere queste differenze….

Ogni giorno mi scontro con il tema del biologico. Vado da un qualche produttore e gli chiedo… ma questo è marchiato bio? e sempre di più mi sento rispondere da produttore: ma che c..avolo! lo era fino all’altr’anno. Quest’anno non lo marchio! Carte! Carte! carte! …

Obietto: hai ragione… ma il mercato?!…

Notte insonne… alla fine leggo:

esisteva un vecchio conflitto tra l’agricoltura chimico-industriale e quella biologica. Ora ne sta emergendo uno nuovo tra agricoltura autenticamente biologica, che si basa su piccole fattorie biodiverse, e una pseudobiologica, basata sulle monoculture di grandi fattorie che producono per l’esportazione. L’autentica agricoltura biologica è fondata sulle biodiversità, sulle piccole fattorie familiari, sui mercati locali e sul commercio equo. L’agricoltura biologica è emersa come sistema alternativo all’agricoltura industriale che distruggeva la biodiversità, inquinava gli ecosistemi e gli alimenti con prodotti  agrochimici, sradicava e rimuoveva i piccoli coltivatori e insidiava i mercati locali sovvenzionando la catena del trasporto sulla lunga distanza.

L’agricoltura pseudobiologica annienta le piccole fattorie e sradica le piccole conunità agricole per creare gradi fattorie industriali destinate all’esportazione, dove i contadini sono considerati operai e servi invece che produttori autonomi. E’ fondata sull’annullamento della biodiversità e sulla creazione di monoculture. Non rispetta i processi ecologici essenziali del rinnovamento della fertilità del suolo, del ricambio dell’acqua e della biodiversità. Si limita a sostiuire gli apporti chimici con apporti ‘biologici’. Questa è una sostituzione, non è agroecologia.”

                                           Vandana Shiva – ritorno alla terra – Roma 2009 – pag. 200.

girando per il web

luglio 22, 2009 di marcognora

fagioli asll'occhioviaggiano per l’etere a volte capita di trovare post o articoli molto interessanti. Così segnalo questo articolo che parla di assimilazione, carboidrati, cereali e lisina. Mi sembra, se non altro, molto interessante.

Ma che cosa è la lisina? rimando a wikipedia

Che i fagioli, poi, siamo un ottimo alimento questo è abbastanza risaputo, ma che ha particolari problemi di tendenza alla sedimentazione di adipe sui fianchi potrebbe provare quanto suggerito da questo post che contiene forse qualche inesattezza, ma è sicuramente “stimolante” per provare gli effetti benefici di questi legumi,

Incidentalmnete è vero che i fagioli, per come li conosciamo noi sono di origine americana, ma esiste anche una varietà, i fagiolini bianchi con l’occhio, che sono autoctoni dell’area mediterranea  o quantomeno al loro coltura risale agli antichi egizi

contro il decreto Alfano

luglio 14, 2009 di marcognora

decreto alfano